Di ritardo in ritardo
Di Antonella Bertolini 

Ma come? La Svizzera, una nazione puntuale per antonomasia, precisa e solerte fino all’antipatia, in questa situazione d’emergenza, accumula improvvisamente ritardo dopo ritardo. E senza badare troppo alle coincidenze, sta perdendo tutti i treni. E sì che aveva la strada spianata dalla vicina Italia, in anticipo sull’epidemia rispetto a noi.

 

Quel treno per dove?

L’umore è quello di quando perdi il bus. Di quando finisci per perdere la coincidenza del treno e a cascata, perdi anche l’aereo e di ritardo in ritardo, arrivi a destinazione solo giorni dopo. Giusto in tempo per vedere chiudere i battenti al convegno al quale avresti dovuto partecipare. Qui però non c’è nessun convegno. Ci sono persone, gente che resiste giorno dopo giorno in una situazione surreale. Ci stiamo lentamente avvicinando al limite e non si fa altro che accumulare ritardi sin dall’inizio. L’impressione di molti è che chi dovrebbe prendere delle decisioni, mette la sveglia in modo da arrivare sempre solo giusto in tempo per perdere anche la coincidenza dell’ultimo treno. 

 

Riparto da zero

Torno il due di marzo, dopo tre settimane a New York dove peraltro in questi giorni ad essere state prese d’assalto non c’erano solo le farmacie ma anche i negozi di armi. Torno avendo solo notizie frammentarie. Una gran confusione in testa. Rientro su Zurigo, il volo per Milano è stato annullato. Convinta di trovare un po’ di chiarezza almeno in Svizzera. A Zurigo la gente è per le strade, alla stazione, sui treni, i commerci aperti e la primavera nell’aria.Tutti vicini vicini. Mi ero già preparata al peggio e invece tiro un sospiro di sollievo. E poi vuoi che se la cosa fosse stata grave non avrebbero annullato il Rabadan di Bellinzona, uno fra i più grandi assembramenti di quel periodo? Però qualcosa non torna, quello di Venezia è stato annullato. Un attimo di smarrimento e subito dopo anche in Ticino i carnevali minori vengono annullati. Forse già troppo tardi.

 

Nell’aria c’è, polline di te

Rientrata con un volo intercontinentale decido di sottostare ad un’auto-quarantena. Seguo quotidianamente conferenze stampa e il bollettino di guerra della vicina Italia, dove la situazione si fa sempre più grave. Ma dove si reagisce, anche prendendo decisioni impopolari. Adottando restrizioni e stringendole se è il caso. Si pensa alle persone, mettendo in secondo piano tutto il resto. Qui invece mi sembra che ancora ci si sorprenda dei numeri, si accarezzi l’economia, si faccia l’analisi logica dei moniti da lanciare e, buona sostanza, si prende tempo. Si perde tempo.

 

Lontano dagli occhi

Si tergiversa sul da farsi. Accumulando giorni, ore, minuti e secondi preziosi. L’Italia chiude tutto. Noi con arroganza e supponenza relativizziamo. Si va avanti ignorando bellamente per giorni il grido d’allarme lanciato da chi è in trincea. Il 17 marzo arriva l’annuncio della chiusura delle scuole e scatta una quarantena imposta fino al 19 di aprile. Ma senza chiudere tutto, sennò poi come si fa? Qualcuno potrebbe rimanere spiazzato di fronte a questo cambio repentino. L’economia risentirne. Potrebbe addirittura sentirsi minacciata la nostra democrazia. E intanto il tempo se ne va. 

 

Sono arrivato uno

Dopo qualche giorno, giusto in tempo per non prendere decisioni troppo affrettate, segue a ruota il resto della Svizzera. Anche loro senza esagerare. Qualcosina la lasciano  ancora aperta. Ora l’Italia sanziona pesantemente chi trasgredisce il coprifuoco. È reato penale. E già si grida allo scandalo. Poi però lo sguardo minaccioso e ipnotico del comandante della polizia ticinese Cocchi ammonisce e il medico cantonale continua a lanciare il solito appello. Restate a casa. Una bacchettata sulle manine, convinti che i metodi punitivi un tempo usati nelle scuole possano servire per calmare i più discoli della classe. Il Canton Uri vieta agli over 65 di uscire di casa. Qui ancora non si va in questa direzione. Una multa e via. 

 

Io speriamo che me la cavo

Fino all’altro ieri la movida zurighese ballava la samba, le rive della Limmat erano invase di persone a prendere il sole, al Letten si passeggiava tutti uniti come non ci fosse un domani. E anche qui, sembrava si fosse tornati alla Sonnenstube di sempre. Perfino chi sciava c’ha messo un po’ a capirla. Ma perché si va in acido al solo pensiero di voler blindare tutto e sanzionare chi sgarra più aspramente? Volendo non c’è neanche da pensarci su troppo, basta copiare spudoratamente dai nostri vicini. Ma c’è ancora chi pensa che ci sia più tempo che vita. Intanto il personale sanitario è allo stremo, sia moralmente che fisicamente. E i numeri, sono gli unici ad arrivare puntuali giorno dopo giorno.

 

I primi della classe

E poi ancora tutti a Berna a ridersela quando il Ticino lanciava il suo primo grido d’allarme. Ci si è fatti delle gran belle risate, ma chissà, con un altro atteggiamento, ci saremmo forse divertiti di meno e non avremmo perso tutti quanti i treni insieme. Anzi, sicuramente qualche coincidenza saremmo ancora riusciti ad acchiapparla. Abbiam voluto fare i saputelli, quelli che sanno tutto meglio. I secchioni. Gli alunni modello. Fare i primi della classe non paga, soprattutto quando non lo si è. Inutile puntare il dito contro il sistema carente altrui, accendendo i riflettori sulle nostre eccellenze. Tutti a teatro sulla balconata d’onore a ridere quando a Wuhan in dieci giorni si è costruito un intero ospedale. C’era anche chi guardava con ammirazione. Ma in fondo la Cina non è così vicina. E noi qui a raccattare ritardi. Poi tutti a giudicare quando l’Italia ha chiuso. E noi qui a giocare a Monopoli e a disquisire sull’economia. A perdere tempo. A macinare ritardi. Bocciata. La Svizzera riesce sorprendentemente ad accumulare insufficienze e un pessimo giudizio sulla pagella pur di non copiare dal proprio compagno di banco.